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Recensione "I've buried your shoes down by the garden" - Radiobombay

Dietro questo album, I’VE BURIED YOUR SHOES DOWN BY THE GARDEN, dei GENTLESS 3, band legata a doppio filo con la non-ordinaria esperienza de L’ARSENALE (una rete di artisti siciliani di varia estrazione, che hanno l’intento di promuovere arte che non sia solo intrattenimento, come spesso accade su quest’isola), si nasconde una ricerca ossessiva di suoni non convenzionali, non precostruiti, che incorniciano un cantato cantautorale (scusate la ripetizione), sofferto, sempre in bilico tra la melodia sognante(che ricorda i Pink Floyd degli esordi o i Radiohead) e la freddezza composta di un Lou Reed che non abbia ancora deciso di fare un disco insieme ai Metallica.
Le 2 chitarre(di cui una baritona) e la batteria, mai lineare, creano un intreccio musicale teso, sempre sull’orlo dell’implosione. Gli accordi sospesi, gli arpeggi dissonanti, le aperture inaspettate guidate dalle rare e sommesse apparizioni delle tastiere danno vita a un discorso musicale in cui nessun elemento cerca di imporsi sugli altri,ma in cui tutti concorrono alla creazione di un equilibrio volutamente instabile.Disco perfetto da ascoltare durante i pomeriggi gonfi di pioggia, sorseggiando un thè caldo o, per i più coraggiosi, Whisky di sottomarca.
Le tracce dell’album sono 7 e non sono messe a caso in quell’ordine(novità!)
Si parte da SINCE’98, echi da marcia funebre balcanica(nda) e CAMEBACK FROM, che strizza l’occhio, di nuovo, a un Lou Reed che non si sia ancora bevuto completamente il cervello, e si passa per ON BUSTING THE SOUND BARRIER, composizione elastica, con una emozionante apertura alla fine, e PEGGY AND THE HOUSES, intima, meno fredda dei brani precedenti, parti di chitarre meno compresse, che quasi scalciano, in alcuni punti. WHO’S, che avrebbe potuto scriverla Syd Barrett. ALPHABET CITY sembra cantata da un Jeff Bukley che si è rotto le scatole di acuti e falsetto. Si chiude con EVIDENCE, che ripiomba nell’oscurità(come i primi 2 brani), voce filtrata, ottime le parti di organo.
I GENTLESS 3 sono:Carlo Natoli(voce e chitarra baritona), Sergio Occhipinti(chitarra), Floriana Grasso(tastiere), Sebastiano Cataudo (batteria) L’album (il primo della band) è uscito nel 2011 per la Wild Love Records. Ascoltatelo, è qualcosa di nuovo,poi, se non dovesse piacervi, potete sempre sotterrarlo in giardino. 
Giuliano Spadaro - radiobombay.it

Recensione "I've buried your shoes down by the garden" - IndieZone

Immaginatevi in un maniero lugubre fuori città, con un libro aperto di Edgar Allan Poe fra le mani ed un camino a riscaldare l'aria fredda: nel giradischi dovrebbe andare musica classica, ma se invece andasse il disco dei Gentless3 l'atmosfera non ne verrebbe minimamente scalfita. Gotici ed oscuri con gli inserti di contrabbasso e violoncello qua e là, gli arpeggi delicati e quell'attitudine minimale che viene abbandonata solo in “Peggy And The Houses”, a cui la chitarra col tremolo a manetta dà un'energia maggiore ed una solarità altrove assente. Certo, per una “Since '98” che pare un ottimo incrocio fra i Giardini Di Mirò ed i Pink Floyd di High Hopes fa da contraltare una “Cameback From” troppo monotona e col cantato a tratti “maccheronico”, e sebbene la monotonia faccia capolino qua e là nel disco l'abilità dei Gentless3 di creare un sound personale ed avvolgente ne viene solo minimamente intaccata. Insomma come si fa a non premiare una band che per 4 minuti ti porta indietro nel tempo con la malinconia lacerante di “Who's”? 
Stefano Facagna - indie-zone.it

Recensione "I've buried your shoes down by the garden" - Velvet Goldmine

Post-rock e slowcore possono essere un buon inizio oppure possono trasformarsi in un bel boomerang crudele; oramai se ne vede di tutti i colori, internet permette a tantissimi gruppi di farsi ascoltare e di promuoversi. L'importante è saper pescare con cautela e con esperienza, la Wild Love ha questi Gentless3 (Carlo Natoli, Sergio Occhipinti, Sebastiano Cataudo, Floriana Grasso) che non rimangono a guardare ma assimilano quanto di buono si possa riprodurre con autenticità e personalità. 
Carlo Natoli, inoltre, non è uno sprovveduto ed ha iniziato come fonico ed ha collaborato con gli Albanopower e Tapso II; la loro è una miscela sapiente di Black Heart Procession ("Who"), Slint e Codeine, dove le atmosfere tetre si scontrano con una voce chiara e viva, dove i figliastri dei Red House Painters fanno il verso ai loro vecchi ("Cameback From"). Ritmi lenti ed insistenti, deserto e cieli blu a perdita d'occhio, ecco quel che si trova. 
Sono solo sette le tracce ma non è affatto un male, anzi, se questo è il risultato dovrebbero esserci in generale meno canzoni e più dischi validi ed efficaci. Un debutto, questo "I've buried your shoes down by the garden" che lascia ben sperare. 
HANK - Velvet Goldmine - velvetgoldmine.iobloggo.com

Recensione "I've buried your shoes down by the garden" - Rockshock.it

Un’altra egregia produzione indipendente in arrivo dalla Sicilia. I Gentless3, band “benedetta” da L’Arsenale (Federazione Siciliana per la Musica e le Arti), si presenta col primo album I’ve Buried Your Shoes Down By The Garden sull’onda di un rock cantautoriale in bilico fra lo Steven Wilson più cupo e Nick Cave. 
Prima traccia di questo emozionante lavoro è la tormentata Since ’98, una ballata tenebrosa, con la voce di Carlo Natoli a ricordare parecchio quella di Paul Banks degli Interpol. 
Comeback From prosegue il lavoro con melodie introverse ed una seconda parte cantata che apre e fa intravedere uno spiraglio di luce. 
On Busting The Sound Barrier è da brividi; brano di notevole fattura con atmosfere che ricordano il Jeff Buckley più tormentato. Assolutamente il migliore dell’album. 
Con Peggy & The Houses le atmosfere si distendono leggermente avvicinandosi al sound degli ultimi Porcupine Tree. 
Proseguendo nell’ascolto, è sempre più evidente la grande qualità , soprattutto con l’intensa Who’s e l’inquieta Alphabet City che ci avvicinano alla chiusura di questo I’Ve Buried Your Shoes. con Evidence, il brano più sperimentale e visionario di questo esordio. 
Un prodotto molto interessante questo dei Gentless3, seppure caratterizzato da un’elevata esterofilia e di difficile ascolto per un mercato come quello italiano. Ben vengano comunque prodotti del genere per educare l’orecchio all’ascolto di musica di qualità che meriterebbe un grande successo. Bravi ! 
Fabio Busi - Rockshock - rockshock.it

Recensione "I've buried your shoes down by the garden" - Music on TNT

Questa volta, nonostante la mia parziale refrattarietà al freddo algoritmo di compressione audio, non ho potuto esimermi dall’accelerare i tempi, sconvolgere le priorità e piegarmi all’incoerenza del mio recente discorrere. Ho dovuto immaginare quello che in questo momento non riesco a vedere né a tastare con mano, ma questo I've buried your shoes down by the garden , rappresenta una goccia d’olio in un bicchiere d’acqua; una piccola ma al contempo matura opera dei Gentless3, che non poteva aspettare. Un disco che non vedo, ma che immagino in un elegante digipack cartonato nel suo old style, ispirato dalla cover art polverosa e ancorata ad un passato che sta per divenire remoto, anche se il trascorrere del tempo narrato sembra ancora dietro l’angolo. Il debut porta con sé quel sapore d’oltreoceano laccato di alternative folk, incastonato in vinile e digital-download per la Wild Love Record, preziosa realtà italiana dedita all’area indie.
Loris Gualdi - Music on TNT - music-on-tnt.com

Recensione "I've buried your shoes down by the garden" - Breakfast Jumper

Breakfast Jumpers Carlo Natoli (già nei miei amati Tellaro), Sergio Occhipinti, Sebastiano Cataudo e Floriana Grass sono i Gentless3. Voce, piano, chitarra e batteria suonano un cupo folk in melodie post rock. Reminescenze e influenze. Un semi-recitato come in Usolved dei Karate, genericamente Black Heart Procession e poi, arrivati a On busting the sound barrier (forse per legami e ricordi più profondi) è impossibile per me non avvertire Damnation degli Opeth. Ma questo sproloquiare di paragoni è estremamente fuori luogo. Non sminuisca ciò l'originalità portata dai Gentless3 in questo album. I've Buried Your Shoes Down by the Garden, in tutti i suoi elementi, dal titolo alla copertina richiama una certa cupa assenza. Una sofferta e tormentata quiete in cui è impossibile non sprofondare. Beati e disperati 
breakgastjumpers.blogspot.com

Recensione "I've buried your shoes down by the garden" - IYe Zine

I Gentless3 (Carlo Natoli, Sergio Occhipinti, Sebastiano Cataudo, Floriana Grasso), grazie al supporto di Wild Love Records (giovane e interessante etichetta) e della più conosciuta istituzione L'Arsenale, si lanciano, senza paura alcuna, nel mondo della musica indipendente italiana con il loro I've Buried Your Shoes Down By The Garden. Un disco per sette canzoni, tra ambientazioni desertiche, ritmi lenti e sonorità scure come la pece. Since '98, tetra ballata, apre dilatando i tempi e delineando cupe foreste affollate di spettri e neri timori mentre Cameback From, subito dopo, prosegue su altre rotte, abbandonandosi all'impasto di slow core/post rock e giocando sul contrasto fra le basse note arpeggiate e la più vivida voce. On Busting The Sound Barrier disegna aridi e torridi paesaggi, così tanto definiti da poterne quasi sentire gli odori, vederne i colori. Peggy And The Houses, il pezzo meno cupo del disco, nasconde gli arpeggi sotto la più potente forza elettrica della chitarra, arrendendosi al lento incedere e consegnandoci a Who's che, scarna e secca, preferisce adagiarsi su radici più alternative folk. Alphabet City precipita nell'ansia, con le chitarre a reiterare urgentemente e la batteria a scomporre e rosicchiare. Infine Evidence trascina il suo corpo, più grasso e sudato, in processione, espiando fino all'ultima pena. Il quartetto siciliano debutta nel migliore dei modi: un disco breve, coinciso, ben delineato e dalle idee molto chiare. Le canzoni scorrono fluide e si lasciano ascoltare volentieri mentre la lunghezza complessiva non è tale da far perdere l'attenzione. Si può lamentare che le canzoni siano un po' troppo omogenee fra di loro e, quindi, non ancora dotate di un preciso e personale carattere, ma nel complesso, ci si può ritenere già più che soddisfatti del lavoro svolto. 

Voto: 7
Francesco Cerisola - 16 Settembre 2011
iyezine.com

Recensione "I've buried your shoes down by the garden" - Sentire Ascoltare

Quanti frutti insipidi e ammuffiti siano stati colti negli ultimi anni dall'albero del post-rock e dello slowcore è cosa tristemente nota. Era ovviamente questione di attendere la stagione e l'innesto giusti. Come pure conta il terreno da cui le radici succhiano sostanze ed energia. E quanto in profondità. Carlo Natoli da Ragusa - nel curriculum una gavetta da fonico e collaborazioni in entità quali Albanopower e Tapso II - ha coltivato bene la propria attitudine organizzando i Gentless3, quartetto (chitarra baritono, chitarra elettrica, piano elettrico e batteria) che riarticola l'incedere costernato di certo post-rock con l'incandescenza dimessa dello slowcore, puntellando l'emotività con un romanticismo noir di stampo alt-folk. Ascolti queste melodie indolenzite ma appassionate, questo croonerismo sospeso tra selvatica indolenza e afflizione, ed è come quell'impasto di Slint, Unwound, Codeine e Black Heart Procession che hai sempre più o meno consapevolmente desiderato. Il patema fiero venato di jazz fumoso di On Busting The Sound Barrier, la gravità risoluta di Comeback From (omeopatie Red House Painters nel ritornello) e la cinematica apprensione di Since '98 sono l'apice di un programma stringato (solo sette tracce) ma intenso e credibile.

(7.0/10) - Stefano Solventi - sentireascoltare.com

Recensione "I've buried your shoes down by the garden" - stordisco.blogspot.com


La Sicilia cupa e obliante come la "terra dei ragni". "I've Buried Your Shoes Down By The Garden", un titolo lungo, affascinante e misterioso. La prova d'esordio del quartetto (chitarra baritono, chitarra elettrica, piano elettrico e batteria) Gentless3, è permeata da una sorta di dicotomia bianco-nero, con radici ben impiantate nel post-rock e slowcore delle origini, virato verso la canzone d'autore in modo introspettivo e decisamente oscuro. Capitanata da Carlo Natoli (Tellaro, AlbanoPower nonchè vicepresidente dell'Arsenale , confederazione di artisti e musicisti che vede tra i suoi protagonisti anche Cesare Basile e Marlowe) ciò che la band dipinge è un affresco dai toni spenti, racchiuso in una cornice romantica da perfetto alt-folk d'oltreoceano. Controparti strumentali stanche ed indolenti, in una ragnatela sonora dalla quale è difficile districarsi. Se gli Slint avessero sviluppato quell'attitudine da songwriter mostrata in Washer, oggi suonerebbero all'incirca così. I Gentless3 ci regalano sette brani dei quali andar matti, per sconvolgere giorni di luce fioca e notti senza luna. La tensione e lo spleen fanno da padrone in un'opera dal mood crepuscolare, alienante quanto un viaggio febbricitante in una selva oscura. Minimalismo ed una grande attenzione ai minimi particolari. Il piano elettrico, ipnotico quanto basta a trasportare su territori alieni eppur così desiderati ("Since'98") apre la strada a parentesi ("Cameback From") che appassionerebbero sicuramente Geoff Farina (Karate) Si inseriscono gli echi di Black Heart Procession nelle pieghe di "On Busting The Sound Barrier" e si chiamano in causa, apertamente questa volta, gli Slint in "Who's", molto vicina alla già citata "Washer". Bassi nervosi e un cantato struggente, allungato su melodie chiaroscurali che, ponendosi in modo confidenziale, potrebbe rimandare alla mente l'immagine di una sorta di crooner affogato in liquori e ansia esistenziale ("Alphabet City"). "I've Buried Your Shoes Down By The Garden" è un' opera che cade come manna dal cielo per tutti coloro che sono cresciuti a pane, Slint e Codeine. L'album del supergruppo che non esiste e di cui fanno parte tutte le band che hanno segnato molti di noi, senza per questo doverne essere solo debitori. Per chi scrive, uno dei dischi migliori di questo 2011 calante, più che degno di inserirsi in un contesto internazionale e da portare con fierezza all'interno dei nostri confini nazionali.
Michele Montagano - Stordisco - stordisco.blogspot.com

Recensione "I've buried your shoes down by the garden" - losingtoday.com

Catania, 2011 e niente post-rock, giuro! I Gentless3 offrono ben altro. Sulla scia di una scena consolidata nella città sicula tanto quando quella il punk di Fugazi e il noise di Shellac (col post- davanti, se volete), in questo che è il loro un disco d'esordio ci trovi più quel blues arrugginito di Black Heart Procession, Califone e Slint (si veda la sezione ritmica e voce ferma in Comeback from). Anche Calexico, ma senza le implicazioni tex-mex. Pre-grunge, si potrebbe dire.
Referenze a parte, il disco suona molle e denso, i toni bassi che accarezzano i timpani se si ascolta in cuffia. Carlo Natoli, mente del progetto, è uno con le mani in pasta nei migliori progetti isolani (dai Tellaro agli AlbanoPower). Sapienza e attenzione ai particolari (è un contrabbasso in Since '98 e On busting...) gli sono congeniti. Va poco oltre la mezz'ora questo disco, ma vale proprio la pena ascoltarlo e scoprire una nuova voce calda in un panorama sempre meno provinciale.
Andrea Firrincieli - Losing Today - losingtoday.com

Recensione "I've buried your shoes down by the garden" - Bandblog.it

I’ve buried your shoes down by the garden è il primo album dei Gentless3, band siciliana nata dall’idea di Carlo Natoli (già in passato membro di band quali Albano Power, Skrunch, Jerica’s, Bodyhammer e Tapso II) di proporre un repertorio di canzoni che potessero sia richiamare a un post rock di unwondiana memoria, che fare da colonna sonora per passeggiate in paesaggi immaginari, attraverso ambienti caontrassegnati da suoni gravi e adornati da un’aurea di impercettibile sofferenza e di delicata intensità emozionale.
Un disco “scuro”, ma buono. In cui a dar manforte al già citato Natoli (che suona la chitarra baritono) ci sono rispettivamente Floriana Grasso al piano elettrico, Sergio Occhipinti alla chitarra elettrica e Sebastiano Cataudo alla batteria.
Un disco di sette pezzi, uscito per la giovane etichetta Wild Love Records, dove il sentore di cieli grigi e l’odore di pioggia appena scesa la fanno da padroni, in un turbinio di sensazioni malinconiche e di placide ruvidità che a me fanno venire in mente un uomo anziano silenzioso, vestito di scuro, dallo sguardo profondamente segnato da chissà quali storie o esperienze, che attraversa la strada senza staccare mai gli occhi da terra, farfugliando qualcosa tra sè e sè e venendo seguito da un cane che potrebbe essere il suo come anche no, vista l’indole randagia e tutto sommato autonoma che lo contraddistingue.
I’ve Buried your shoes down by the garden è, quindi, un disco da ascoltare nei giorni in cui vi sentiate di umore un po’ bohemien. Da origliare magari un minuto prima o un minuto dopo l’inizio di una romantica pioggia tardo-primaverile, mentre nel dubbio tra l’uscire a godersene le gocce e il restare in casa col naso incollato alla finestra e lo sguardo perso nel vuoto, lasciate che la vostra mente si perda nelle sue fantasie, aspettando che la pioggia finisca, e che un raggio di sole s’intraveda all’orizzonte.
A Presto!
BeppeTesta

Band Blog - bandblog.it

Recensione "I've buried your shoes down by the garden" - Hate TV

Lo so che sto per scrivere qualcosa di più grande di me, ma so anche che non me ne pentirò. Con Since '98 sono tornato all'atmosfera unica e inconfondibile dei Pink Floyd. Attenzione, sto parlando del mood, non di sound, tantomeno di stile. I Gentless3 sanno essere introspettivi senza essere grigi, e sanno essere grigi senza essere introspettivi; si lo so sembra difficile e infatti lo è.

Camminare in una foresta incantata è bello fino a quando qualcuno non decide di farci un film e di palesarne i "reali" pericoli. Cameback from? e On busting the sound barrier hanno un potere ipnotico paragonabile a Tamarack Pines di George Winston (album Forest, 1994). La semplicità con la quale si presenta questo album è disarmante, ma alla fine dei sette brani si fa forte una sensazione di completezza che difficilmente si trova in album del genere.

Il rock senza forzature dei Gentless3 è maturo e sposta il confine tra rock e canzone d'autore. In questo caso la teoria degli insiemi ci viene d'aiuto e siamo di fronte a quella che comunemente viene definita intersezione. Un'intersezione perfetta che raccoglie gli elementi più ricercati e introspettivi dell'insieme rock e dell'insieme cantautoriale; infatti per rendersi conto di questo teorema che diventa assioma basta fermarsi davanti a Who's, un quadro folk che farebbe impallidire Edward Louis Severson III e Bob Dylan.

Nel quartiere di Alphabet city si respira ancora un'aria bohemien, che non vuole lasciare alla contemporaneità il controllo, ma è una partita dura; i ritmi di si fanno più sincopati, una lotta. Una lotta urbana e umana. Qui è possibile godere di un bell'esempio di batteria fantasiosa e tormentata. Con i colpi di Evidence si chiude l'esordio discografico dei Gentless3, una ballad con un bell'organo che richiama per certe scelte On a Island di Gilmour.

Un bell'esordio che potrebbe aprire le strade anche alla giovane Wild Love Records che ha avuto la lucidità di accalappiarsi questo bel debutto.



Hate TV - hatetv.it

Recensione "I've buried your shoes down by the garden" - Rockambula

I've buried your shoes down by the garden è l'esordio discografico dei siciliani Gentless3 che, sotto la giovane etichetta Wild Love, si fiondano a capofitto nel mercato discografico. L'immaginario che scaturiscono i suoni di questo disco sono velati da un grigiore che rimanda a cieli tempestati da nuvole in cima ad un mare che cresce indemoniato. Loop di accordi che ipnotizzano in On busting the sound barrier, che ripropongono un rock quasi mistico, rivoluzionario, appartenente a quella fascia di sperimentatori sonori che fanno dell'innovazione il proprio baluardo. Viene da pensare a Sid Barret, a menti aperte verso orizzonti lisergici, le quali poggiano su linee melodiche tese ed emozionali. Peggy and the Houses pare scavarti dentro col suo slide chitarristico che fluisce in echi ambient dai tratti inaciditi ed evocatici. Sette tappe di un viaggio introspettivo nelle menti rampanti di questi musicisti originari di Ragusa che spiccano per l'enorme attitudine alla sperimentazione che, trova un picco sostanzioso, in Evidence. La traccia chiude il disco e lo fa con l'incedere di un vortice enigmatico evidenziato da un arpeggio che si scioglie negli sprazzi di un caro e vecchio Hammond, il tutto condito da una linea vocale sofferente, trasudando uno strazio che avvalora l'infinito feedback lungo quasi due minuti. Un disco d'esordio che, nonostante la cupezza dei suoni, offre sprazzi di luce intensa al nostro mercato. L'originalità della musica dei Gentless3 fa sì che il loro lavoro venga apprezzato ancor di più vista la monotonia che, ahimè, attanaglia le produzione del territorio nostrano. Un preambolo concreto che sa di garanzia. 

Paolo Pavone - rockambula.com

Gentless3, il cupo suono dell'anima

I've buried your shoes down by your garden. È un titolo lungo. Un po' ingombrante, se vogliamo. Senza dubbio, consistente. Imperniato attorno a un quid di misterioso e occulto, di strano e affascinante, ma anche spaventoso. Sembra che i Gentless3 l'abbiano partorito nelle viscere di qualche triste pomeriggio, se non al crepuscolo, quando il cielo della Ragusa più nascosta e lontana si riempie di arancio e viola. Ha sonorità cupe, che scavano il ventre di chi ascolta. Il riff di Since '98 entra in testa, non c'è dubbio.

Il gioco di loop e assembramenti sonori riesce bene: è cantilena dolce e oscura, sostenuta da un uso lieve della batteria. Particolarmente interessanti i suoni bassi, ben miscelati alla chitarra effettata, al suo rumore. L'atmosfera trova il suo apice nella parte finale del pezzo, quando una felice soluzione vocale fa risaltare tutto il suo potere magico.

Cameback from ha la potente base di bassi a fare da tappeto alla linea vocale. Il loro confronto genera quella sensazione ansiogena e tragica di cui è pregno tutto il disco. Quando, prima del terzo minuto, questi due elementi sembrano trovarsi finalmente in una rassicurante sintonia, ecco vedere sorgere la seconda chitarra.

La chitarra baritona e il loop effettato aprono On busting the sound barrier. Su questa s'imprime ancora una volta la voce, che ci abbandona temporaneamente, alterata, quasi stesse graffiando prima di fuggire. Poi entra un altro strato effettato. Ci si arricchisce ancora di strati, ci si riscalda. E un particolare lungo morire lascia sola la batteria. Interessante da capire. Sembra raffigurare il labirinto della mente umana, il cammino in esso, una difficile ricerca.

Peggy and the houses. Forse il tassello più allegro di questo puzzle. Sulle onde del feed, il colpo sicuro e costante dell'orologio-batteria. Le onde si susseguono. La voce ci naviga su abbastanza bene, mentre tutto il pezzo conosce fasi d'ascesa e di risacca. Al secondo minuto circa, il cadenzato incedere della batteria ricorda una sveglia, perdura, finché non si ritorna alla storia di Peggy. Le trame elettriche che si articolano, costruendo il pezzo, conoscono una battuta d'arresto. Poi tutto ritorna di nuovo, più forte, più bello, disperato ma libero, se vogliamo.

I riff sono usati come mattoni dai Gentless. Se non come fondamenta. Quello di Who's è un lungo basso continuo. L'entrata delicata dell'arpeggio d'acustica in alcuni punti, il coincidere di voce e linea melodica del riff-fondamento creano un bell'effetto. Linee basse, che a tratti sembrano fare da controcanto, fortificano il tutto. C'è poi uno stacco veramente toccante, dove voce e synth sono quasi lasciati a se stessi.

Alphabet city sembra raccontare la storia di un'apocalisse quotidiana. Nervosi i bassi, nervose le eliche dei loop, che spesso insistono come a picchiare, come pioggia di fuoco. La quiete che trova spazio è solo premessa ad altro disperato disegnare profili chiaroscurali. Qui la sezione ritmica amplifica l'espressività con la sua tempesta di colpi. Il massimo lo si raggiunge probabilmente quando la voce s'allunga sui ritmi stretti e vorticosi.

Evidence ha un bell'impatto. L'alterazione vocale, stile megafono, accoppiata alla voce nuda, ma meno evidente, prelude un tratto d'organo di chiesa. Quasi fosse stata partorita in uno di quei film di Tim Burton, questa canzone mesce qualcosa di antico, di vecchio horror e innovativa semplicità. Il ritmo semplice, il ticchettare delle lancette, le viscerali linee melodiche, i bassi ne fanno un pezzo veramente godibile. Il lungo tratto strumentale finale è da ascoltare.

Le atmosfere di questo disco sono interessanti un po' per tutti. Certo, non tutti apprezzeranno il genere, le sonorità, perché strisciano su strati molto cupi della sensibilità umana. Tuttavia ha qualcosa da dare: un'universalità che è fondata sulla capacità di indurre a sentimenti crudamente malinconici, familiari, checché se ne dica, a tutto il genere umano.

Giulio Pitroso - ilmegafono.org

Recensione "I've buried your shoes down by the garden" - Il Cibicida

Sempre quello strano accalcarsi di nuvole e vento fortissimo. La Sicilia è strana quando perde il suo benessere climatico. Si fa cupa, profonda, surreale. Monta un malessere tutto suo, più depresso che in altri luoghi proprio perché, questo, nasce dallo sfiorire, dal tramonto, dal passaggio di umori. E da sole splendente a oscurità opprimente, il salto sfianca anche i giganti, anche gli eroi. I Gentless3 sono di Ragusa, vengono cioè da uno dei punti più a sud d'Europa, là dove il vento è bollente e il cielo celeste. Là dove poi, d'inverno, il mare diventa un pazzo furioso quando s'insedia la tempesta. Il loro disco d'esordio I've Buried Your Shoes Down By The Garden, uscito per la giovane Wild Love e benedetto da L'Arsenale (la confederazione di artisti e musicisti nata di recente e che vede tra i suoi protagonisti anche Cesare Basile), è un album di tempesta. Ballate buie, elettriche, scricchiolanti come un vecchio galeone in balia del vento e frustato dal mare. Canzoni dal taglio obliquo, ma profondamente romantico (il senso lato è ovviamente d'obbligo), blues che custodiscono appunti sul viaggio della vita. La voce di Carlo Natoli è pulita e fatalista allo stesso momento. E' come se cantasse dal ciglio di un burrone: un misto tra l'atterrimento della fine e il fascino del volo. "I've Buried Your Shoes Down By The Garden" è un disco dai suoni americani, dalla polvere americana, dal sapore americano, ma che di tutto ciò non propone uno scontato omaggio, ma piuttosto una lettura attenta, un ponte eretto che ne faciliti il collegamento. Due mondi lontani ma ugualmente innamorati dell'inquietudine. Non pensate però quello dei Gentless3 come a un disco triste, non lo è affatto. E' piuttosto un modo per assaporare la parte più notturna, la processione del cuore nero, il brindisi sbronzo e ammaccato, l'andamento sonnecchiante, il momento propizio, il salto inevitabile tra la luce e il buio, tra il mare piatto e la tempesta. Proprio lì in mezzo, dove è imprigionata la Sicilia. 

(2011, Wild Love) 

01 Since '98
02 Comeback From
03 On Busting the Sound Barrier
04 Peggy and the Houses
05 Who's
06 Alphabet City
07 Evidence


A cura di Riccardo Marra

ilcibicida.com

Gentless3: Lomax

Credo che i concerti si possano suddividere in tre grandi categorie: · I concerti degli artisti che conosci da tempo, ma di cui non hai ancora ascoltato il nuovo disco. · I concerti per cui conosci tutte le canzoni e le parole delle canzoni dell'album e non vedi l'ora di ascoltarle dal vivo. · I concerti per cui non sai neanche di chi si sta parlando.

Ecco, per me andare a vedere i ragusani Gentless3, che presentavano il loro album "I've buried your shoes down by the garden", è stato esattamente il terzo caso.

In questi casi un recensore serio, un esperto di musica, si siederebbe in mezzo al pubblico e comincerebbe a snocciolare i suoi "Somiglia a..", "Ricordano i…", "Si sentono le influenze dei…". Io che invece sono una bionda farlocca arrivo alla conclusione che se non riesco a trovare un appiglio musicale al quale aggrapparmi, perlomeno posso descrivere le sensazioni. Anche e soprattutto considerando il fatto che neanche il cantante ha deciso di darmi man forte "Te la devi cavare da sola" mi ha detto. E così sia.

La prima cosa che mi viene in mente è che , dato che non riesco a trovare nessun riferimento musicale, ciò deve essere dovuto al fatto che i Gentless3 devono avere le loro radici musicali nei pressi del cantautorato folk e blues di Nick Drake, Bob Dylan e Jeff Buckley. Questo è perlomeno quel che viene in mente ascoltando la linea melodica del cantato di Carlo Natoli, che ha però una voce che ricorda più Ed Vedder. Ed il suo cantato è una sorsata calda che scivola lenta, mentre la band dietro di lui non fa altro che creare un caos emotivo che parte lente ed esplode nel finale. Un tappeto quasi post rock per una voce blues. Una delle poche band in cui è la batteria ad essere la protagonista della scena, scardinando un po' dal suo ruolo di ritmico di sottofondo, evolvendosi fino a diventare una solista del palco con i suoi continui cambi di ritmo e della preponderanza dell'uso dei timpani.

Ed è un po' come osservare una tempesta dietro ai vetri di una finestra, rimanendo al caldo della propria casa. Sembra quasi di ascoltare due concerti sovrapposti, con le atmosfere scure e dense della voce di Carlo e i suoni aperti e arieggianti del resto della band (con Sergio Occhipinti alla chitarra, Sebastiano Cataudo alla batteria e Floriana Grasso alle tastiere).

Sul palco anche Cesare Basile che si presta a realizzare quella che il cantante definisce "una rilettura caotica e freeform della sua "Ceaseless and Fierce".

Vanessa Castronovo - 7Febbraio2011 
Burdellu, No Music:No Life

Gentless3: musica senza confini

Sentendo i Gentless3, l'animo di chi ama la musica e vive ai confini del mondo, si rianima di positività, perchè anche qui è possibile fare musica di un certo spessore. L'anima dei Gentless3 è Carlo Natoli, leader della band, che dopo anni di progetti e collaborazioni (Skrunch / bodyHammer / AlbanoPower / Jerica's / Tapso II) e un paio di tournè come fonico e open show di gruppi taliani, in giro per l'Italia, decide di concretizzare alcuni suoi lavori, optando per l'uso di una chitarra baritono, per avvicinarsi anche alle sonorità folk americane. Questo strumento è anche uno degli aspetti più particolari e sperimentali del progetto. Chiama un pò di amici per registrare il primo promo dal titolo "I've buried your shoes down by the garden", promo che esce in vinile per la "Wild Love Record" a gennaio (fra pochi giorni per la precisione), e da questa esperienza esce fuori il nome del chitarrista Sergio Occhipinti. Dopo alcuni tour in due, e dopo vari batteristi, si unisce a loro Sebastiano Cataudo, e così la formazione diventa stabile. Attualmente la band sta lavorando al tour promozionale del disco che uscirà a marzo/aprile e al materiale per il nuovo disco (che probabilmente vedrà una collaborazione importante in regia per la produzione artistica), che verrà registrato in estate. Le radici dei Gentless3 sono da ricercare nel folk americano e in artisti come John Fahey, Neil Young, Marissa Nadler, Cesare Basile, Soap & Skin, Unwound, BeMyDelay, i Tellaro, Egle Sommacal, Eimog, per fare solo alcuni nomi, che i Gentless amano ascoltare tra un impegno e l'altro. Per il resto è difficile catalogare la musica della band, non ci sono etichette, non ci sono barriere, è una musica senza tempo, senza spazio. Se vi trovate nelle vicinanze di qualche loro concerto, andate a vederli, a sentirli, non ve ne pentirete.

Franom - 4Gen2011 
Catania Magazine

Gentless3: EosLab

Raramente accade che capiti di ascoltare una manciata di canzoni letteralmente stupende, di quelle che ti riscaldano il cuore, e, dopo pochi giorni, di assistere ad un live di coloro che queste perle le hanno estratte. In questi casi è praticamente automatico che ti lasci catturare da loro, da questa combinazione, dalle canzoni e da coloro che le suonano. A me è capitato non molto tempo fa con questi Nico & the gentless3, terzetto siciliano dotato di una qualità che non fa vendere dischi ma fa scrivere musica che colpisce l'anima: la purezza. Purezza in alcun modo da leggersi come ingenuità, ma come il risultato della piena consapevolezza della propria rara sensibilità. Nonostante un nome che richiama alla mente i Velvet e la musa warholiana, in realtà, con lou Reed e soci, i tre siciliani non paiono aver molto a che fare, dedicandosi invece alla scrittura, in larga parte, di ballate scure, introverse ed emotive, evocative e commoventi. Un suono che richiama alla mente certa America anni novanta, intrecci di chitarre che citano il post-rock delle origini, certe ritmiche rilassate ma non rilassanti. Si parte con Since '98 e vengono in mente i Calla privati di quella spocchia che li ha sempre tenuti un po' Nico & The Gentless3 livedistanti. Si tratta di uno dei brani più belli dell'intero lavoro. Umiltà ma non remissività, questa la ricetta. Come dire: la rivoluzione a mani nude. Comeback from? e Alphabet city citano i primi Karate, con quegli intrecci di chitarre ossessivi e voce a scandire, in un perfetto equilibrio di pace tormentata e rabbia trattenuta di chi sa che bisogna pur fare. Ignorando cosa. Il contrabbasso si impadronisce di On busting the sound barrier, trasposizione in musica di una poesia di Bob Dylan, e l'atmosfera si fa più rarefatta: se Dylan incrociasse i The Black Heart Procession, probabilmente, suonerebbe così. Peggy and the houses trasuda magnifica disperazione con i suoi 4 minuti trascorsi a cantare sdraiati sul pavimento, sguardo al soffitto. E' la canzone che gli Idaho non riescono più a scrivere dai tempi del primo disco ma insomma, che importa, qualcun altro l'ha fatto. E tanto basta. E' davvero difficile trovare un solo momento di questo disco che non trasmetta devozione e sincerità ( a melodia esanime e senza tempo di Another ghost world). Non c'è la voglia di stupire ad ogni costo, ma l'amore incondizionato per la propria musica. Amore che condividiamo e che speriamo possa, almeno in parte, trasparire dalle nostre parole.

Carlo Venturini - 31Ott2009 
EosLab